L’India al Salone del Libro 2010

Sgrunt! L’ho saputo troppo tardi e non riuscirò a partecipare a questa edizione del Salone del Libro, nonostante io ami sia l’India sia Torino sia, soprattutto, i libri.

Spero tuttavia che qualcuno dei miei affezionati lettori riesca ad approfittare di questa opportunità e pubblico perciò il link al sito del Salone del Libro.

Qui è il programma nel dettaglio.

Just in case, pubblico anche qui sotto una foto di Gregory David Roberts, autore dello splendido Shantaram, così, se ve lo troverete davanti, cercherete nella borsa la penna per chiedergli un autografo e non il cellulare per chiamare la polizia! :D

Se qualcuno dovesse andare, me lo faccia sapere: bramo di ricevere impressioni, novità e suggerimenti.

Namastè!

Facciamo il punto!

E’ una delle abitudini quotidiane delle indiane, minimal ed elegante.
Ormai nel nostro immaginario lo associamo automaticamente a loro: è il punto rosso che le donne portano in mezzo alla fronte.

In India se ne vedono di molti tipi: disegnati con colori vegetali, di stoffa rossa, fissati ogni mattina con un adesivo, oppure, più sbarazzini, fatti con paillettes o brillantini.

Ma cos’è? Come si chiama?

Si chiama tilak o bindi.

Il tilak, a rigore, è qualsiasi segno portato sulla fronte.
Lo usano i santoni o i devoti hindu.
In generale, viene considerato una protezione contro il male e un aiuto per trattenere l’energia. Si disegna infatti tra le sopracciglia, dove si trova l’Ajna Chakra, sede della saggezza nascosta, il punto dove i maestri di yoga consigliano di concentrare l’attenzione nel corso della meditazione.
E’ anche un modo per identificare i seguaci di questa o quella setta religiosa, a seconda del tipo di disegno tracciato.

Viene poi usato nelle pratiche religiose.
All’entrata dei templi viene offerta una polvere vegetale chiamata kum kum, composta di curcuma o zafferano, che gli uomini e le donne usano per segnarsi la fronte o il collo durante la visita o durante le cerimonie.

Sulla fronte delle persone importanti, poi, in caso di celebrazioni o di vittorie, viene disegnata una linea rossa verticale con il kum kum e questo si chiama Raj tilaka, o tilak d’onore.

Ma torniamo al nostro punto rosso.

Dovrebbero essere solo le donne di religione hindu a portare il bindi e solo quelle già sposate. Insomma, una specie di colorata fede matrimoniale, che tradizionalmente avverte gli uomini che quella donna è già impegnata.
Le vedove non lo indossano (probabilmente per loro la tradizione non lo prevede perché a rigore non avrebbero dovuto sopravvivere al marito, essendo costume che si immolassero sulla pira funebre…).

Le ragazze nubili possono portarlo, ma di altri colori e comunque, pare, non fatto con polvere vegetale.
Beh, alle giovani rimangono tante altre alternative, un punto più piccolo fatto a matita, oppure una serie infinita e irresistibile di brillantini di ogni colore e forma, a goccia, tondi, a gioiello.

Ovviamente anche noi italiane non abbiamo saputo resistere e per qualche giorno abbiamo sfidato il ridicolo girando per il resort con bindi verde smeraldo tutti luccicanti in mezzo alla fronte :) , ma se non le fai a migliaia di chilometri da casa queste stupidaggini, quando le fai!?

In fondo, sentirsi Sherazade per un giorno non ha prezzo, per tutto il resto c’è Mastercard :D .

Herbal tea

Un mio caro amico è appena tornato dall’India.

E’ un uomo, ha i suoi limiti: niente sete magnifiche nella sua valigia, né creme miracolose, gioielli d’argento, sciarpe luccicanti, scarpine ricamate o tutte le cose che una donna di buonsenso avrebbe riportato da un viaggio del genere, ma almeno qualcosa di buono c’era e cioè il magnifico Panamruthan!

Cos’è? Non pensate, per il nome suggestivo, al diamante della corona di un maharaja o a un famoso fachiro annodato e annidato nel suo bagaglio.
Panamruthan è una marca di herbal tea, cioè quella tisana speziata e gradevole che chiunque sia stato in Kerala non può non aver assaggiato.

In qualsiasi ristorante la trovi sul tavolo, spesso ancora tiepida, questa bevanda dal delicato colore rosa. La servono in grandi caraffe e ne puoi bere liberamente, viene considerata un normale gesto di cortesia, che non sarà messo nel conto.
Se vai in banca, la trovi anche là, e così pure nei negozi.

E’ un’abitudine gentile e anche molto salutare, considerato che non ha caffeina e contiene spezie, notoriamente antisettiche, in un Paese in cui resistere alle infezioni è una necessità quotidiana.

Ci sono diversi tipi di herbal tea, con composizioni originali. Quello che mi ha regalato il mio amico contiene queste erbe:

– Khadira (Acacia catechu), usata per curare il mal di gola e le infezioni alla bocca:
– Useeram (Andropogon muricatus), digestivo e utile in caso di febbre, intossicazione e vomito.
– Ajamoda (Prunus cerasoides), il ciliegio selvatico dell’Himalaya, che, in piccole dosi aiuta la digestione.
– Rakta Chandana (Pterocarpus santalinus), antiossidante e purificante del sangue. Fortifica il sistema immunitario e contrasta i radicali liberi.
– Anantamul (Hemidesmus indicus), antibatterico, tonico, diuretico.
– Bel (Aegle marmelos), impiegato in caso di dissenteria e infezione gastrica:
– Ela (Elettaria Cardamomum), rinfrescante, usato contro tosse e asma. Vermifugo.
– Lavanga (Syzygium aromaticum), altro non è che il chiodo di garofano, che è uno dei migliori antisettici naturali, ottimo per stimolare tutto il sistema digestivo.

Insomma, una spiegazione in più al fatto che, nonostante la promiscuità e l’igiene non proprio perfetta delle loro case e cucine, gli indiani non muoiano come mosche a causa delle infezioni e delle malattie.

Oltretutto con un pizzico di miscela per herbal tea, un banale té nero diventa immediatamente una bevanda molto più interessante, dal sapore che sa un po’ di India, un po’ di vacanze di Natale vicino al caminetto.

In genere copiamo le cattive abitudini degli altri popoli, ma perché per una volta non stupiamo il mondo lasciando i Mac Donalds deserti e adottando l’abitudine indiana della tisana cortese? :)

Non è colpa del karma, ma della Apple!

Non voglio scrivere parolacce, ma le sto pensando!

Sono stanca, è tardi, ma volevo condividere dei pensieri anche piuttosto importanti con voi. Quando ero proprio alla fine di un lungo post piuttosto denso…beh, quel bastardo di un programma di scrittura si è chiuso all’improvviso e tutto quel che ho scritto è sparito in pochi secondi!

Alla faccia dello spendere quattrini per avere il Mac che è tanto affidabile!
Almeno Word recupera i files, mentre il mio computer fighetto si è messo a borbottare come una caffettiera e poi si è limitato a dirmi che il programma si è chiuso inaspettatamente, ma per fortuna ciò non ha intaccato il sistema operativo…

Non vogliatemene, vado a letto a smaltire l’arrabbiatura, chissà che domani riesca a riscrivere le mie considerazioni con più serenità…

Namastè!

Il mio guru è un orso!

E’ Pasqua e la febbre mi ha lasciato solo da stamattina, così mi tocca starmene a casa, ma non è poi così male.
La mia buona vicina mi ha portato del capretto con le patate arrosto e avevo anche un ottimo dolce, così me la sono banchettata da regina e ora sono davanti al televisore a godermi un film.
Che, guarda caso, è ambientato in India.

L’ho già visto altre volte, questo film: è una delle tante versioni cinematografiche de Il libro della Giungla di Kipling.

Questa versione, girata dal regista Stephen Sommers per la Disney è molto simpatica.
Mowgli è un bel ragazzone con un aspetto da hawaiano, più che da indiano, c’è una bella e ardita damigella, il perfido e avido ufficiale inglese che vuole morto il nostro eroe e un simpatico professore che, invece, cerca di aiutarlo.
Non solo: ci sono templi nascosti nella giungla, tesori da favola, giungla, cascate, romanticismo, avventura, magnifici vestiti e uomini esotici col turbante, trabocchetti e pericoli ovunque.
Poi, naturalmente, i vecchi amici: l’orso Baloo, la tigre Bagheera, i fratelli lupi e la temibile Sher-Khan, la tigre assassina.
E, attorno, un’India coloratissima e da cartolina.

Non c’è che dire: un buon mix di elementi originali del libro, folklore, candore e trame disneyane.
Tanto di cappello alla Disney per questo Libro della Giungla con attori umani, avvincente quanto il suo capolavoro animato.

A proposito di quest’ultimo, non vi capita qualche volta di canticchiare, ballonzolando un po’, Ci bastan poche briciole, lo stretto indispensabile e i tuoi malanni puoi dimenticar!?
A me sì, e sono momenti fantastici!!! :D

Senza contare che, ad ascoltarlo bene, l’insegnamento di Baloo è anche piuttosto profondo e spirituale… (sarà perché è un orso indiano? Magari pure un orso…yogi!!!! hahaha!!! :D L’influenza mi ha del tutto ammattito !!!).

Anzi non sono ammattita: trascrivo parte della canzoncina e vedrete se non è degna degli insegnamenti dei più grandi guru!!!
Ti rilassi…fai come me…perché, stammi a sentire ragazzino:
se farai come quell’ape ti stancherai troppo!
E non perder tempo sempre a cercare le cose che vuoi e non puoi trovare.
E quando sai che puoi farne a meno e non ci stai pensando nemmeno,
sai cos’accadrà?
Quel che ti occorre lì per lì ti arriverà!

Insomma, sfido perfino il mitico Osho a dire tante verità in modo così semplice e pure ritmato!!!
I cinesi direbbero che sta esponendo la famosa filosofia del wei wu wei e questo fa di Baloo anche un grande maestro taoista!

Bene, il film è finito, io sto degenerando e ho anche appena visto che la febbre è ricomparsa. Un miserabile 37 e 3, ma continua ormai da sei giorni e, quel che è peggio, mi sono giocata anche l’ultima speranza di uscire per Pasquetta… vabbé, che mi resta da dire, se non strillare a pieni polmoni: …TI BASTAN POCHE BRICIOLE, LO STRETTO INDISPENSABILE E I TUOI MALANNI PUOI DIMENTICAR!!!!!

Viaggio nell’India magica

Ora ho capito cos’è un blog. E’ una delle tante trappole della vita che gridano per essere accudite e ti uccidono di sensi di colpa se le trascuri.

In questo momento voglio suscitare tutta la pietà dei miei dieci lettori: giaccio a letto da tre giorni con una febbre fastidiosa, mal di gola, annessi e connessi.
E a quest’ora (è quasi mezzanotte) cosa mi tormenta, oltre al malessere fisico? L’idea di non aver scritto post da una settimana e oltre… follie dell’animo umano!

Torniamo all’India.
La mia insegnante di yoga stasera al telefono mi ha chiesto: “Cosa ti sta insegnando questa malattia?” e io ho vilmente risposto: “A non prendere gli Eurostar con l’aria condizionata in marzo!”.
Al di là delle mie risposte impertinenti, come al solito lei indica la strada migliore, le cose veramente importanti da capire.

Perché sto facendo questa esperienza? Cosa mi sta insegnando? Perché in qualche modo ho accettato di attraversarla?

Proverò a rifletterci sopra nei prossimi giorni.

Intanto devo dire che questa situazione ha degli innegabili e più materiali aspetti positivi e cioè la possibilità di leggere in santa pace tra una pausa della febbre e l’altra. Altro che letture frettolose in treno, con davanti la prospettiva di otto ore d’ufficio!

Quindi spero che riuscirò a riprendere in mano un libro che sei anni fa, quando ancora l’India era per me lontana, mi affascinò molto: Viaggio nell’India magica di Tahir Shah.

Parla di un giovane inglese di origini indiane che torna nella terra degli avi per ritrovare un vecchio servitore della propria famiglia che aveva conosciuto da bambino e dal quale vuole apprendere le tecniche dell’illusionismo.

Questo strano viaggio, intrapreso con un po’ di incoscienza, diventa presto una vera sfida, dove il giovane si sottopone al durissimo tirocinio di un mago spietato, che gli imporrà poi un viaggio alla ricerca della vera magia in India.

Seguendo il protagonista in questa avventura si scopriranno alcuni trucchi usati comunemente da ciarlatani e anche da famosi guru e si rimarrà impressionati dalla fantasia e dalla spregiudicatezza dei “maghi” indiani. Che nell’arte dell’illusionismo hanno sicuramente quattro marce in più.
E forse questo ci aiuterà ad attribuire un po’ meno alla santità e un po’ più al sapiente combinato uso della chimica e della prestidigitazione le formidabili imprese compiute da santoni e fachiri vari.

Il che per chi vuole affrontare l’India non guasta, visto che noi occidentali in quel Paese veniamo presi dalla Sindrome di Biancaneve e tendiamo a pensare che tutti gli indiani siano buoni e spirituali e veri modelli di non violenza.
Un po’ come pensare che tutti gli italiani si comportino come Padre Pio o Santa Caterina da Siena…
Nossignori, i nostri amici indiani sono mediamente dei flemmatici e sorridenti furbastri, pronti ad approfittare del prossimo come possono e con molta energia, visti i problemi di sopravvivenza.
Le brave persone non sono più numerose che da noi e i Padre Pio e le Sante Caterina da Siena locali sono altrettanto rari…

Insomma, meglio viaggiare in questo Paese con gli occhi ben aperti e consapevoli che il Mahatma Ghandi è stato uno solo ed era decisamente poco rappresentativo.

Tornando al libro, è ben scritto, divertente, interessante e molto godibile, ma ahimé, Piemme non lo pubblica più…
Non resta, se siete interessati, che cercarlo in qualche biblioteca o in qualche sito di libri usati. Se lo trovate, però, prendetelo senz’altro, vi posso assicurare che una buona conoscenza dell’India passa certamente anche di lì!
Namasté!

Love is the answer

Tempo fa scrissi degli scontri nel Punjab causati dall’intolleranza religiosa e di come la religione cristiana sia uno scandalo per gli indù, in quanto predica la sostanziale uguaglianza degli uomini, tutti pienamente amati da Dio.

Questo fa sì che moltissimi indiani delle caste più basse e i fuori casta, gli intoccabili, si avvicinino alla religione cristiana, che almeno riconosce la loro dignità e dà loro speranza.
L’argomento è vasto, ma la cosa più importante è che, pur con tutti i difetti che le derivano dall’essere composta da esseri umani, la Chiesa in India svolge un’opera importante a favore delle persone che più hanno bisogno di aiuto.

Allora dopo un articolo così negativo come quello sugli scontri religiosi, volevo proporne uno costruttivo (pensavo di chiamarlo L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio… ma mi avevano già soffiato l’idea… ha ha ha !!! :) ).
Buonismo presidenziale a parte, ritengo che la risposta all’odio debba essere l’amore e che l’unico modo per procedere sia gettare buoni semi e aiutarli a crescere.
L’occasione per questo articolo è stato quindi l’invio di un bollettino dei missionari salesiani alla mia casella di posta elettronica.

I salesiani mi piacciono, perché la loro opera mi sembra contraddistinta da grande fede, ma anche da un sano senso pratico.
Inutile fare dottrina a chi muore di fame e inutile portare cibo e basta: ovunque vadano, come faceva don Bosco, i salesiani fondano scuole dove si insegna un mestiere ai giovani, in modo che possano riscattarsi da soli dalla miseria e avere l’orgoglio di vivere del proprio lavoro e dare essi stessi un futuro migliore ai propri figli.
Le missioni salesiane sono ormai in tutto il pianeta e associazioni salesiane operano per continuare l’attività dell’illuminato fondatore.

Questo mese di marzo le Missioni Don Bosco onlus promuovono un progetto a favore delle popolazioni dell’Assam.
Leggo nella loro pagina web : nell’area di Kathiacoli, nello stato dell’Assam, vivono diverse comunità tribali: i Tiwa, i Garos, i Karbis e gli Adibassis, che formano una variegata popolazione in cui regnano povertà e arretratezza. Le poche risorse provengono da un’agricoltura di sussistenza, praticata con tecniche antiquate e con discontinuità, perché gli appezzamenti di terra sono piccoli e dispersi. Il tasso di analfabetismo è altissimo e in alcuni gruppi tribali coinvolge il 95% delle persone. Dal punto di vista sanitario la situazione è altrettanto preoccupante: non vengono rispettate le più basilari condizioni igieniche e le malattie causate e diffuse da acqua infetta – come malaria, colera, dissenteria – provocano molte vittime fra i più piccoli, perché le strutture di salute pubblica sono pressoché inesistenti.

I salesiani vogliono costruire là quattro aule scolastiche da usare durante il giorno per istruire i bambini e la sera per gli adulti, in modo di dare loro strumenti per migliorare le loro tecniche di coltura e garantire loro maggiori capacità di sopravvivenza.
Il costo è di 4.000 € per ciascuna aula. Non è una cifra altissima e potrebbe però aiutare tanta gente, diventando un centro di riferimento e di aiuto per questi poverissimi.
Vi invito allora a fare una donazione tramite il sito delle Missioni Don Bosco onlus. Si può donare comodamente anche con una Poste Pay e si può poi anche detrarre la cifra dalle tasse, conservando la ricevuta del versamento.

Basta poco e qualcuno, dall’altra parte del mondo, sarà più felice grazie a un nostro gesto. E’ bellissimo ed è anche una grande opportunità per noi, non trovate?

Vi invito anche a segnalarmi qualsiasi altra iniziativa a favore delle persone bisognose in India di cui conosciate la serietà e io ne parlerò volentieri.

Grazie a chiunque vorrà aiutare. Namasté!

Se…

L’avrete sicuramente già letta, è una poesia molto famosa, ma non credo sia superfluo proporla, perché è una delle cose più belle mai scritte.

L’autore è Kipling, uno scrittore britannico nato in India, quello de Il libro della Giungla e di Kim, due romanzi che hanno fatto conoscere questo Paese ai ragazzi di tutto il mondo.
Scrittore la cui memoria è intaccata da accuse di atteggiamento colonialista e che ora in India è oggetto di dibattiti e controversie.

Resta il fatto che questa poesia, scritta per il proprio figlio, è magnifica.
La riporto qui sotto prima in lingua originale e poi tradotta:

If

If you can keep your head when all about you

Are losing theirs and blaming it on you,

If you can trust yourself when all men doubt you

but make allowance for their doubting too,


If you can wait and not be tired by waiting,

Or being lied about, don’t deal in lies,

Or being hated, don’t give way to hating

And yet not look too good, nor talk too wise: 



If you can dream – but not make dreams your master,

If you can think – but not make thoughts your aim;

If you can meet with Triumph and Disaster

And treat those two imposters just the same; 



If you can bear to hear the truth you’ve spoken

Twisted by knaves to make a trap for fools,

Or watch the things you gave your life to, broken,

And stoop and build them up with worn-out tools



If you can make one heap of all your winnings

And risk it all on one turn of pitch-and-toss

And lose, and start again at your beginnings

And never breathe a word about your loss;

If you can force your heart and nerve and sinew

To serve your turn long after they are gone,

And so hold on, when there is nothing in you

Except the Will which says to them: Hold on!



If you can talk with crowds and keep your virtue,

Or walk with kings, yet not lose the common touch,

If neither foes nor loving friends can hurt you;

If all men count with you, but none too much,



If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds’ worth of distance run

Yours is the Earth and everything in it,

And, what is more, you’ll be a Man, my son! 


Se

Se riesci a mantenere la calma quando tutti attorno a te
la stanno perdendo e te ne danno la colpa;


Se sai aver fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te,
ma tuttavia tieni in considerazione i loro dubbi;

Se sai aspettare senza stancarti di aspettare
o, essendo calunniato, non rispondere con calunnie
o, essendo odiato, non lasciare spazio all’odio
e tuttavia non sembrare troppo buono, né parlare troppo da saggio:

Se sai sognare – ma non fare dei sogni i tuoi padroni, 


Se sai pensare – ma non fare dei pensieri il tuo unico fine;


Se sai incontrare Trionfo e Sconfitta
e trattare questi due impostori nello stesso modo; 



Se puoi sopportare di ascoltare la verità che hai raccontato,
distorta da imbroglioni che ne fanno una trappola per gli ingenui;


Se puoi guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
e chinare il capo e ricostruirle con strumenti ormai logori;


Se puoi raccogliere tutte le tue vincite
e rischiarle in un solo colpo a testa o croce
e perdere e ricominciare
senza mai lasciarti sfuggire una sola parola su quello che hai perso;



Se sai costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi tendini
a sorreggerti anche quando ormai non ce la fanno più
e così resistere quando in te non c’è più nulla
tranne la Volontà a dire loro: “Resistete!’;

Se sai parlare con le folle e rimanere onesto
o passeggiare assieme ai re senza perdere la tua semplicità; 


Se né gli avversari né i più cari amici possono ferirti;
Se per te ogni uomo è importante, ma nessuno conta troppo;

Se puoi riempire lo spietato minuto
con sessanta secondi per cui valga la pena di faticare:
tua è la Terra e tutto ciò che essa dona
e – ciò che più conta – tu sarai un Uomo, figlio mio !

Dio ti benedica

Alessandra è partita.
La mia amica e compagna di India è di nuovo in Kerala.
Dopo un anno per lei molto difficile ha pianificato il viaggio, ritrovato la propria forza ed è partita.

Non è facile viaggiare da sole. Ha un enorme fascino l’idea di lasciare tutto e tutti a casa e andarsene, magari senza una meta precisa.
Almeno per me, all’inizio è molto eccitante, però poi, la notte prima della partenza inizi a chiederti: ma che cavolo sto facendo? Sono un’irresponsabile, una pazza.

Poi parti e di nuovo l’eccitazione, l’inizio, le valigie, le speranze, l’aeroporto…
Arrivi alla prima destinazione, magari l’unica certa di tutto il viaggio, e da lì comincia l’ignoto: chi incontrerò? Dove andrò? Sarò al sicuro o mi metterò nei guai?
Può darsi che tutto fili subito liscio: conosci subito persone simpatiche, il posto è bello, sei rilassata e ti diverti un sacco. Mi è successo così la prima volta che sono andata in India.
Altre volte, invece, è veramente difficile: magari alloggi in un posto deprimente, o non ti senti bene, oppure non riesci proprio a fare amicizia con nessuno e sei troppo sola.
E mi è successo anche questo.

Come al solito, poi, in viaggio ti porti dietro più cose di quelle che pensi di aver messo in valigia.
Se non stai bene, se hai nascosto qualcosa molto in fondo dentro di te per non sentirla, se stai cercando di scappare da qualcosa, beh…semplicemente hai fatto male i calcoli, non è questione di chilometri.
E allora puoi sentirti veramente male se sei sola, perché tutti i tuoi fantasmi vengono a sedertisi accanto e non ti mollano facilmente.

Può sembrare banale, ma l’India è la meta preferita dei viaggiatori interiori perché lì c’è davvero qualcosa che ti porta a fare i conti con te stesso e contemporaneamente un ritmo, una tranquillità che ti aiutano a guardarti dentro con chiarezza e a iniziare a guarire.
Non che gli indiani siano quegli esseri spirituali e superiori che noi immaginiamo, anzi, ma credo sia vero che in quella parte di mondo ci sia un’energia diversa.

Così Alessandra è partita, immagino con gioia, un po’ di paura e con tanto coraggio, da vera donna.
Mi scrive: Namastè, sono arrivata a Fort Cochin e fa un caldo bestiale..a parte questo ho ritrovato le vecchie conoscenze che mi hanno accolta a braccia aperte e si ricordavano di me… Quasi sembra che l’anno poco gratificante non sia passato….

Allora la penso tanto, sudatissima nell’afa indiana e finalmente serena, assieme alla famiglia di keraliti presso cui ha vissuto l’anno scorso e, che, ovviamente, non l’avevano dimenticata (difficile dimenticarla, ma lei magari non ci crede…).

Domenica prossima sarà il suo compleanno e così posso solo regalarle il mio pensiero: Dio ti benedica, amica mia, e che l’India ti sorrida sempre!

Storie di ordinaria intolleranza

Torno a parlare di India e purtroppo a causa di brutte notizie: gli ennesimi attacchi ai cristiani, questa volta nel nord, nello stato del Punjab.

Tutto sarebbe nato da un ritratto blasfemo che ritrae Gesù con una sigaretta in una mano e una lattina di birra nell’altra e, sotto, la dicitura “idolo”.

Questa foto, notata da alcune suore in un libro di testo destinato ai bambini anche di scuole cattoliche (i, come idolo (uno a caso, Gesù), j come jeep…), ha scatenato le proteste dei cristiani, che ne hanno chiesto il ritiro.
Il governatore dello Stato, a maggioranza cristiana, ne ha disposto il sequestro, ma questo avrebbe irritato gli indù più estremisti dei gruppi Bajrang Dal, Vishwa Hindu Parishad e Shiv Sena, i quali avrebbero allora fatto stampare dei manifesti con la stessa immagine e li avrebbero esposti per le strade.
Il tentativo di due giovani cristiani di strappare quei manifesti offensivi (o, dicono altri, il fatto che alcuni cristiani abbiano costretto dei negozianti ad abbassare le saracinesche per protesta) avrebbe scatenato una rissa, degenerata in scontri di più vasta portata e nell’incendio e distruzione di due chiese di cristiani protestanti.
C’è da aggiungere che, per fortuna, altre organizzazioni indù hanno condannato il comportamento dei propri correligionari e l’offesa al sentimento religioso dei cristiani e anche lo Stato pare si sia comportato in modo encomiabile.

Non è la prima volta che indù e cristiani si scontrano. Nell’agosto 2008 nello stato dell’Orissa gli indù accusarono i cristiani di aver ucciso un loro guru. In realtà l’omicidio venne rivendicato da un gruppo maoista, ma questo evidentemente venne giudicato irrilevante dagli estremisti indù, i quali massacrarono, stuprarono e bruciarono chiese.
A questo proposito ricordo un articolo che lessi all’epoca, in cui mi commosse il racconto del martirio di un indù, Sidheswar Pradhan, il quale venne ucciso dai suoi correligionari per aver osato difendere i cristiani. Disse loro che non era giusto agire così e che un vero indù non dovrebbe uccidere neppure una formica. Evidentemente le parole di quella persona pacifica hanno solo inferocito di più le belve, che per tutta risposta l’hanno massacrato.
Voglio pensare che quest’uomo adesso sia in paradiso con i santi.

Perché tanto odio? Perché è una battaglia di anime e di potere.
Gli indù non vedono di buon occhio la religione cristiana che, non concependo differenza di caste, attrae tantissime persone, soprattutto tra gli intoccabili, i fuori casta considerati quasi come delle bestie.
Si possono trovare siti indiani dove si riporta con preoccupazione che ogni anno almeno 800.000 indù si convertono al cristianesimo e questo dà molto fastidio, soprattutto ai nazionalisti e agli estremisti religiosi.
Il fatto che arrivino degli stranieri e convertano questi intoccabili, mettendo magari loro in testa di non essere degli scarti dell’umanità, ma dei figli di Dio, altrettanto degni di amore e rispetto quanto il maharaja di Jaipur, evidentemente non garba molto.
L’altra ragione è probabilmente collegata alla prima: cioè in India la religione è fortemente connessa alla politica e sottrarre anime equivale probabilmente anche a sottrarre voti e potere. Insomma, tanto basta per scatenare ogni tanto degli scontri feroci e perché no? un eccidio che finisce perlopiù in una bolla di sapone giudiziaria, come è accaduto in Orissa.

La religione in India non è un fattore secondario e in questo momento tre religioni forti stanno convivendo con un po’ di fatica in questa grande nazione. La terza presenza è infatti quella dell’islam. Pare che l’India sia il secondo stato al mondo più popolato da musulmani e devo dire che ho visto con i miei occhi moschee che sorgono come funghi, finanziate perlopiù con denaro che arriva dagli Emirati Arabi. Denaro che serve anche a fare proseliti tra i poveri e tra quelli che per guadagnare stipendi da favola (per l’India) fanno la spola tra il Sud dell’India e gli Emiratii, dove vengono impiegati come personale di servizio.
Insomma, non è facile convivere quando si hanno fedi così diverse e sangue tanto caldo, come accade in India.

E, giusto per restare in tema sia di Punjab (pachistano, però), sia di intolleranza religiosa, alle fosche notizie di questi giorni se ne aggiunge un’altra: il pestaggio a sangue di un giovane cristiano di 26 anni, il quale avrebbe rifiutato di diventare musulmano.
Orfano di entrambi i genitori, il ragazzo si è visto prima offrire soldi (12.000 dollari, una cifra enorme), una casa e una moglie se si fosse convertito, poi, davanti ai suoi ripetuti rifiuti, sarebbe stato massacrato di botte e minacciato di morte.
Ora si è affidato a un’organizzazione cristiana che lo sta proteggendo, mentre i suoi fratelli e le sue sorelle hanno invece accettato soldi e terra e sono diventati musulmani. Un’altra famiglia divisa e umiliata.

Per tornare a citare il vecchio John: imagine all the people, living life in peace … you may say I’am a dreamer, but I’m not the only one…

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